Il perdurare della conflittualità nelle regioni settentrionali dell’Etiopia ha portato nelle scorse settimane ad un nuovo incremento delle unità eritree nel paese, a sostegno delle forze federali dell’ENDF e con l’obiettivo di arrestare l’offensiva in corso da parte del TDF sin dalla metà del mese di agosto in direzione di Debre Tabor e Gondar, da una parte, e Weldiya dall’altra.

Il governo centrale di Addis Abeba, stremato militarmente ed economicamente dallo sforzo del conflitto in atto dallo scorso novembre, è impegnato nella definizione di una strategia politica volta ad assicurare al governo federale il sostegno non solo dell’Eritrea, quanto anche quello delle milizie dei singoli stati regionali del paese.

Il potenziamento delle forze eritree lungo i confini settentrionali e – con ogni probabilità – in diverse aree del Tigrai settentrionale e occidentale, unitamente all’afflusso di militari delle forze regionali Amhara, Afar e Somali, ha permesso alla fine del mese di agosto di arrestare e respingere l’offensiva delle unità militari tigrine del TDF, impedendo la caduta delle città attraversate dagli snodi stradali A2, B22 e B30.

Il controllo di questi punti nevralgici del sistema viario etiopico, infatti, avrebbe permesso alle forze del TDF di isolare il Tigrai occidentale (dove sono presenti unità Amhara ed eritree) e rendere estremamente difficili i collegamenti con l’Afar.

Per fronteggiare questo rovesciamento degli equilibri militari, il TPLF ha adottato una strategia speculare a quella del governo federale di Addis Abeba, definendo un esteso piano di alleanze regionali con la gran parte delle organizzazioni di opposizione al governo federale. Queste, principalmente strutturate su base etnica e di modesta consistenza numerica, vedono nell’alleanza con il potente apparato militare del Tigrai l’occasione per un significativo incremento della propria capacità offensiva.

L’11 agosto scorso, il comandante dell’Esercito di Liberazione Oromo (OLA), Kumsa Diriba, ha siglato formalmente la propria alleanza con il TPLF, annunciando l’intenzione di unirsi allo sforzo militare del TDF anche al di fuori dello stato regionale dell’Oromia.

Altri movimenti di opposizione regionale si sono poi aggiunti a questa informale alleanza, annunciando la loro adesione alla lotta del TPLF contro le autorità federali di Addis Abeba controllate dal Partito della Prosperità. Oltre all’Esercito di Liberazione Oromo, anche l’Esercito di Liberazione Agaw, il Fronte di Liberazione Afar, il Fronte di Liberazione Nazionale Somalo, il Fronte di Liberazione di Gambella e il Fronte di Liberazione di Sidama hanno annunciato pubblicamente di aver aderito ad una partnership tattica con le forze del TDF.

Un sodalizio di cui non è chiara l’effettiva natura e la specifica capacità militare, ma che offre al TPLF la preziosa occasione di estendere la portata del conflitto anche oltre il territorio del Tigrai, costringendo le diverse componenti militari degli stati regionali a rivalutare la decisione di spostare le proprie unità al di fuori del proprio territorio.

Per il TPLF, la questione della continuazione dello scontro armato e del coinvolgimento dei movimenti armati di estrazione etnica è espressione della visione ormai dominante a Macallè in merito al futuro del proprio ruolo all’interno della federazione etiopica. La via della secessione sembra essere ormai un dogma politico, fortemente alimentato socialmente dalla memoria delle violenze perpetrate tanto dalle forze dell’ENDF quanto da quelle eritree nelle prime fasi dell’occupazione del Tigrai.

Questione diversa, invece, sul fronte delle organizzazioni etniche coinvolte nello scontro. La gran parte di queste ha intrattenuto rapporti conflittuali con il TPLF nel corso della lunga parentesi di governo del paese a guida tigrina, quando il TPLF dominava la componente di governo dell’EPRDF (Fronte Democratico rivoluzionario del Popolo Etiopico) e guardava con sospetto a tutte le forze che componevano il variegato insieme dell’etno-nazionalismo.

Molte di queste organizzazioni (non sempre in accordo con le rispettive componenti militari) hanno mutato nel corso dell’ultimo decennio la propria postura politica, dichiarando di voler abbandonare i propositi secessionisti a fronte del riconoscimento delle prerogative autonomiste di ogni singola entità statuale regionale. Questo equilibrio è durato sino all’elezione di Abiy Ahmed alla carica di primo ministro, il 2 aprile del 2018, quando attraverso il ruolo del Partito della Prosperità il governo centrale di Addis Abeba ha avviato una poderosa svolta in chiave centralista e nazionalista, in aperta opposizione alle prerogative etnico-nazionali dei singoli stati.

Questa svolta non ha solo determinato i presupposti per il conflitto nel Tigrai, ma anche alimentato un crescente clima di sfiducia in seno alle componenti politiche dell’etno-nazionalismo, non di rado provocando la rottura tra queste e le rispettive componenti armate. Mentre da una parta, quindi, molte delle forze politiche regionali hanno cercato la via del compromesso, le organizzazioni armate delle stesse componenti politiche hanno subito un processo di radicalizzazione che le ha riportate all’attivismo militare.

In questa articolata evoluzione, inoltre, un ulteriore elemento di complessità è stato apportato dal mutamento di obiettivi e priorità all’interno delle forze politiche ostili al Partito della Prosperità.

Mentre il TPLF – vittima della brutale violenza delle forze federali ed eritree – ha virato nettamente in direzione della secessione e dell’indipendenza, la gran parte dei movimenti etnico-federali oggi alleati di Macallè non ha come obiettivo lo sfaldamento dell’Etiopia federale quanto piuttosto lo sconfitta del Partito della Prosperità e il ritorno ad una forma di governo che privilegi le prerogative dell’autonomia dei singoli stati federali.

Al tempo stesso, tuttavia, le milizie di queste forze etno-federaliste sembrano in gran parte orientate a sostenere una visione secessionista, determinando una pericolosa condizione di equilibrio con le stesse componenti politiche di cui sono di fatto espressione.

In questo contesto, quindi, è evidente come il rischio di una deflagrazione politica e militare su scala nazionale rappresenti oggi una variabile concreta, che il governo di Addis Abeba cerca di impedire attraverso una recrudescenza del conflitto contro il TPLF, rischiando tuttavia di accelerare il processo di crisi anziché risolverlo.

1 COMMENT

  1. Ottimo articolo che illustra bene la complessità politica e la sua rapida evoluzione di questi ultimi mesi. Dal punto di vista militare va registrata l’incapacità del governo centrale di arginare l’avanzata dell’esercito tigrino. La sua progressione è simile a quella che portò nel 1989 allo scardinamento del potere autoritario di Mengistu Hailemariam. Allora tigrini ed eritrei marciarono assieme. Nonostante l’Eritrea abbia affiancato il governo Etiopico contro le forze tigrine, inizialmente in modo massiccio poi in modo marginale, ancora adesso una parte di Eritrei si dichiara a fianco del Tigray e spera che oltre al presidente etiopico, Aby Hamed, anche il dittatore eritreo, Isayas Afeworki, venga rovesciato. Il riemergere di seppur piccole milizie regionali organizzate su base etnica, se da un lato può favorire il successo politico-militre del Tigray, dall’altro porta ad una situazione di frammentazione tipo ex Yugoslavia. La questione che da più parti non emrge è la crescente crisi economica dell’Etiopia che è stata costretta a chiudere 30 dell 49 ambasciate nel mondo. Questo conflitto interno sta distruggendo quelle poche e deboli basi economiche che il paese era riuscito a stento ad avviare. Ci vorranno decenni per riportare l’Etiopia all situazione economica precedente lo scoppio di questa guerra civile, se mai questo sarà possibile.

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