Il 15 settembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ufficialmente chiesto all’Egitto, al Sudan e all’Etiopia di riprendere i colloqui per i negoziati in merito alla gestione della diga del GERD, sotto l’egida dell’Unione Africana.

La richiesta fa seguito ai ripetuti tentativi dell’Egitto – per il tramite della Tunisia quale membro temporaneo del Consiglio di Sicurezza – di ottenere la firma di una risoluzione da parte dell’ONU che, al contrario, ha chiaramente dimostrato di non voler portare una questione come quella della gestione delle risorse idriche del Nilo Azzurro al voto del Consiglio di Sicurezza.

La richiesta di una ripresa dei colloqui tra le parti coinvolte sotto l’egida dell’Unione Africana premia di fatto la posizione dell’Etiopia, che aveva più volte rifiutato il tentativo dell’Egitto e – in misura minore – del Sudan di estendere il novero delle controparti negoziali sulla questione della diga alle Nazioni Unite, agli Stati Uniti e all’Unione Europea.

Anche l’ONU, ancora una volta, ribadisce come l’Unione Africana sia il contesto più adeguato per la gestione della controversa questione connessa allo sviluppo della diga del GERD e al riempimento del bacino idrico a questa connesso, che l’Egitto e il Sudan denunciano come una minaccia esistenziale ai propri interessi.

L’adozione di un comunicato ufficiale da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel quale si chiede alle parti di individuare i termini di un accordo vincolante e di reciproca soddisfazione, nell’ambito della sede negoziale africana per eccellenza, l’Unione Africana, costituisce una magra vittoria per l’Egitto, che tali termini aveva cercato di inserire nella proposta di risoluzione più volte presentata dalla Tunisia e sistematicamente rifiutata dal Consiglio di Sicurezza.

Il 18 settembre, invece, il ministro degli esteri del Sudan, la signora Mariam Sadiq al Mahdi, ha annunciato che il governo di Khartoum ha accettato l’offerta di mediazione del governo turco con l’Etiopia, confermando anche in questo frangente una posizione divergente rispetto a quella più drastica e meno flessibile dell’Egitto.

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