Tanto tuonò che piovve e la pioggia è arrivata il 12 ottobre, come sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul confine marittimo tra Somalia e Kenya. La Corte ha confermato l’equidistanza dalle coste come principio cardine della delimitazione, prolungando in mare il confine stabilito nel 1927 e accogliendo quindi le istanze di Mogadiscio che si basavano su questi argomenti.

Il verdetto ne tempera in parte l’applicazione. Data la geografia dei punti confinari, disposti lungo una costa leggermente concava e perciò sfavorevole al Kenya, la Corte ha stabilito un lieve aggiustamento del confine a favore di Nairobi. Ne deriva una linea che muove da Capo Chiambone in direzione sud-est per 200 mn, che lascia dunque al Kenya solo una parte della superficie contesa. Respinta la richiesta di risarcimento avanzata da Mogadiscio, così come la tesi keniota di danni alle comunità di pescatori dell’area di Lamu.

La sentenza è vincolante e inappellabile, ma la sua applicazione è demandata alla volontà delle parti o della comunità degli Stati. La Somalia e in particolare il suo Presidente Farmajo ha magnificato il conseguimento di un risultato a lungo perseguito; egli ha declinato la celebrazione in ovvi termini di riscossa nazionale – pure auspicando cooperazione e un rafforzamento delle relazioni su binari nuovi.

Da parte keniota si respinge invece in toto la competenza della Corte e dunque anche il verdetto; quel presidente Uhuru che non ha esitato ad annunciare di voler fare “tutto il possibile” – come Presidente e come Comandante in Capo – contro chi cercherà di applicarlo. I media parteggiano secondo le affiliazioni locali. Le letture pro-Kenya abbondano sulla stampa specie anglosassone, anche internazionale.

È possibile che il Governo di Nairobi porti il caso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prevenendo la Somalia e facendo leva sul seggio non permanente di cui esso gode da gennaio sulla presidenza di turno a ottobre. Il Kenya potrebbe anche chiedere una revisione o continuare a cercare un accordo bilaterale, che riconosca una sua sovranità o competenza sull’area. La sua posizione può risultare ora più debole nei confronti della Somalia, ma in ipotesi non nei confronti di quella parte della comunità internazionale che già ne sosteneva – per convenienza o per convinzione – le ragioni.

Si intensificano intanto i rapporti diplomatici tra Taiwan e Somaliland, mentre la DP World di Dubai e la britannica CDC annunciano investimenti nei porti di Dakar in Senegal (1 miliardo di dollari), Ain Sokhna in Egitto e Berbera in Somalia (700 milioni nei due terminal). Il ruolo di CDC sarà minoritario, ma non sono state rese note le rispettive quote di partecipazione.

Sul lato interno somalo, la sentenza può ravvivare la tensione di vertice essendo in effetti un punto a favore di Farmajo. Il Premier Roble ha cercato invece a più riprese una interlocuzione pur morbida con Nairobi, sebbene abbia precisato che la competenza della Corte Internazionale di Giustizia sulla delimitazione e non fosse negoziabile.

È tuttavia ora un momento per celebrare e ciò pone in ombra anche la scadenza del termine del 10 ottobre – data indicata per l’avvio delle elezioni per la Camera Bassa. Si registrano tuttavia nel frattempo nuovi eventi di terrorismo anche nella capitale (12-13 ottobre, con 17 vittime sia civili che militari), a quattro anni dal gravissimo attentato che il 14 ottobre del 2017 provocò oltre 600 vittime. Le conseguenze di quel gesto sono ancora visibili a Mogadiscio.

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