Svolta politica dai tratti teatrali in Etiopia, dove il 22 novembre il primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato di trasferire i poteri al proprio vice Demeke Mekonnen – che ricopre anche l’incarico di ministro degli Esteri – per indossare l’uniforme dell’esercito e coordinare in prima persona la controffensiva contro le forze tigrine del TDF e quelle ormo dell’OLA.

Non è chiaro allo stato attuale a quali condizioni il trasferimento dei poteri sia avvenuto, così come l’effettiva portata del trasferimento e la sua durata, mentre la presenza al fronte di Abiy Ahmed è stata confermata dalla portavoce del governo Billene Seyoum, secondo la quale l’ex primo ministro avrebbe raggiunto le unità di prima linea il 23 novembre.

Il coup de théâtre di Abiy Ahmed che si reca al fronte alla guida delle sue truppe è stato accompagnato dalla diffusione di una retorica fortemente imperniata sulla necessità del martirio quale unica soluzione per la salvezza della nazione etiopica, cercando di giocare in tal modo l’unica carta rimasta apparentemente disponibile nelle mani del governo: il nazionalismo intriso del messianismo evangelico.

Dinanzi a quella che nelle ultime settimane è sembrata essere l’inarrestabile avanzata delle forze di opposizione verso Addis Abeba, e in concomitanza con un clima di tensione che ha portato all’arresto indiscriminato dei tigrini residenti nella capitale e nello stato federale dell’Oromia – con l’accusa di favoreggiamento per il partito di governo del Tigrai, TPLF – Abiy Ahmed ha voluto rispondere con una chiamata alle armi dai toni platealmente apocalittici e secondo un copione ricorrente della storia etiopica, caratterizzato dall’impegno delle leadership nella difesa del paese.

A dispetto della scenografica scelta politica di Abiy Ahmed per attribuire un carattere di grave drammaticità alle decisioni del governo, appare alquanto improbabile che un reale trasferimento dei poteri abbia effettivamente caratterizzato le dinamiche istituzionali dell’Etiopia.

L’intera dinamica dell’evoluzione della crisi in atto, infatti, costituisce un elemento strettamente connesso a valutazioni e scelte personali del primo ministro, che teme oggi un epilogo traumatico della crisi avviata poco più di un anno fa, cercando in tal modo di collettivizzarne i sentimenti.

In tale contesto, pertanto, non sembra possibile individuare una specifica volontà di Abiy Ahmed di abbandonare il governo del paese per intraprendere il mero ruolo del combattente, ravvisandosi al contrario il tentativo di strumentalizzare il nazionalismo – gravato dai forti toni del messianismo evangelico che è proprio della comunità religiosa cui appartiene Abiy Ahmed – come ultimo strumento per convincere la popolazione etiopica ad impugnare in massa le armi contro la minaccia tigrina.

Se pochi sono i dubbi circa l’effettiva volontà di Abiy Ahmed di trasferire l’effettivo esercizio del potere, più complessa è al contrario l’analisi delle opzioni che effettivamente caratterizzano questa controversa evoluzione del conflitto.

L’ipotesi di una massiccia risposta alla chiamata alle armi del premier appare infatti scarsamente credibile, rendendo in tal modo la possibilità di una sconfitta militare delle unità federali dell’ENDF un’opzione concreta e imminente. In tale contesto in molti si domandano se Abiy Ahmed sia effettivamente votato a sostenere la prova di quel martirio cui soventemente si riferisce nella sua retorica o se, al contrario, ha progettato per sé e la sua cerchia di fedelissimi l’opzione di una fuga al di fuori del paese.

In quest’ultimo caso, la scelta di abbandonare la capitale con il pretesto di voler comandare le truppe dalla linea del fronte potrebbe rappresentare un tentativo di sottrarsi al rischio connesso alla caduta di Addis Abeba, ubicando in un luogo più sicuro – e con più ampio margine di manovra – il centro dei propri interessi.

In questa direzione sembrano muoversi anche le indicazioni del governo in materia di informazione da parte dei media sull’andamento del conflitto, attraverso un recente richiamo alla legge sullo stato di emergenza, che vieta sostanzialmente di fornire qualsiasi indicazione circa l’evoluzione degli scontri in atto, adducendo la necessità di impedire la divulgazione di informazioni non veritiere veicolate da quella che viene costantemente definita come la capacità tigrina di alimentare la disinformazione.

La stampa straniera è in tal modo oggetto di un continuo attacco da parte delle istituzioni federali dell’Etiopia, che accusano i principali network dell’informazione internazionale di parteggiare apertamente per le forze dell’opposizione tigrina, diffondendo informazioni non corrispondenti alla reale evoluzione del conflitto con l’intento di colpire e discreditare l’immagine del governo di Addis Abeba.

Il divieto di commentare l’evoluzione delle dinamiche politiche nazionali è tuttavia stato esteso capillarmente ad ogni ambito della società etiopica, dove un recente provvedimento minaccia gli accademici delle università nazionali di essere privati dei propri titoli qualora accusati di aver disseminato propaganda di produzione tigrina.

In una deriva ormai apparentemente inarrestabile, anche numerose ambasciate straniere sono state accusate di simpatizzare per la causa tigrina, venendo colpite da provvedimenti restrittivi e da espulsioni, come nel caso della rappresentanza diplomatica irlandese, che ha ricevuto l’ordine di espulsione di sei suoi diplomatici dopo le ripetute accuse formulate dal governo di Dublino contro l’Etiopia in merito alle violazioni dei diritti umani nel corso del conflitto.

La gran parte dei paesi europei, invece, ha suggerito ai propri cittadini di lasciare con urgenze l’Etiopia, registrando un progressivo e rapido deterioramento della sicurezza nel paese.

Al tempo stesso, invece, si moltiplicano le manifestazioni di sostegno al governo e al premier Abiy Ahmed, tanto in Etiopia quanto attraverso la rete della diaspora, con una regia e l’adozione di una retorica degli slogan che lascia poco spazio alla credibilità dell’indipendenza di tali iniziative.

L’andamento del conflitto

Nel corso dell’ultima settimana, l’elemento di maggiore interesse nell’evoluzione delle dinamiche del conflitto ha riguardato quella che in molti hanno definito come una progressiva crisi nei rapporti tra le autorità dello stato regionale dell’Amhara e il governo federale di Addis Abeba.

Si sono infatti moltiplicate – soprattutto nell’informalità delle comunicazioni attraverso le reti dei social media – le critiche al governo federale per le continue disfatte sul piano militare, lamentando in particolar modo il mancato trasferimento di armi ed equipaggiamenti alle milizie Fano, ritenute dagli Amhara un prezioso elemento nello sforzo militare contro le forze del TDF e dell’OLA.

Le milizie Fano, infatti, rappresenterebbero il principale elemento dell’offensiva che nel corso dell’ultima settimana è stata lanciata contro le città di Lalibela e Sekota, sotto il controllo del TDF, dove, pur non riuscendo nell’impresa della riconquista, hanno duramente impegnato le forze tigrine per almeno tre giorni.

Intensi combattimenti sono stati registrati anche lungo il confine tra lo stato regionale dell’Afar e quello dell’Amhara sotto il controllo del TDF e dell’OLA, in prossimità delle cittadine di Bati e Chifra, con l’intento di contrastare il persistente tentativo delle forze tigrine del TDF di avanzare in direzione della città di Mile, che rappresenta il principale snodo viario terrestre verso Gibuti e il suo terminale portuale.

L’importanza di questo fronte di combattimento è testimoniata dalla prima apparizione pubblica del premier Abiy Ahmed al fronte, il 26 novembre, proprio a ridosso del confine dell’Afar, dove le locali forze militari insieme a quelle federali hanno annunciato di aver sferrato una doppia controffensiva idealmente orientata a riconquistare le città di Woldiya a nord (via Chifra) e Komblocha a sud (via Bati).

Se la controffensiva federale dovesse avere successo, l’avanzata verso la capitale delle forze del TDF sarebbe compromessa – o comunque fortemente limitata – permettendo un ribaltamento radicale degli equilibri di forza lunga l’intera linea del fronte.

Le forze del TDF e dell’OLA avrebbero perso ormai da giorni il controllo del piccolo villaggio di Kasa Gita, lungo il corso della strada regionale B11 in direzione di Mile, dovendo in tal modo arretrare le proprie capacità di difesa intorno alla cittadina di Bari, dove si sarebbero registrati intensi combattimenti nel corso degli ultimi giorni.

L’offensiva governativa è stata condotta anche attraverso l’impiego delle forze aeree e soprattutto dei droni, che hanno ripetutamente colpito la capitale del Tigrai, Macallè, e più a sud la strada tra Debre Sina e Shewa Robit, dove le forze del TDF e dell’OLA sono impegnate nell’offensiva verso sud lungo il corso dell’autostrada A2.

Nessuna variazione di rilievo è stata invece registrata nel corso dell’ultima settimana ad ovest e nord-ovest della capitale, Addis Abeba, dove le forze dell’OLA continuano a mantenere il controllo di una vasta e disomogenea area geografica, nell’attesa di ricongiungersi con le forze provenienti da nord-est per accerchiare definitivamente la città e bloccare la percorribilità delle autostrade A3 e A2.

1 COMMENT

  1. CRedo poco al ruolo del fattore religioso messianico del Presidente Aby. In questi ultimi mesi, a fronte di ripetute sconfitte militari le ha tentate tutte per cercare di arginare l’avanzata dell’esercito tigrino, senza però alcun successo, così come non è riuscito a coinvolgere i cittadini comuni in una guerra che, secondo me, comicia pesare anhe a loro. Centinaia di giovani che hanno risposto alla chiamata alle armi sono morti al primo scontro non avendo un minimo di preparazione e di equipaggiamento sufficiente. Il PM Aby sta mandando al massacro la sua gente e presto, secondo me, la sua apparteneza religiosa potrebbe portarlo ad un definitivo isolmento. I Pente, cosi si chiamano in Etiopia i seguagi di una religione che comprende alcuni gruppi pProtestanti, sono molto pochi e non proprio ben visti dai cristiani copti che sono la maggioranza e che tendenzialmente hanno una visione abbastanza bigotta della loro religione. L’ultimo inutile atto di teatro ha portato il PM Aby a raggiungere, si dice, il fronte. Le immagini che circolano sono quelle di un ambiente tipicamente di bassa quota (non dell’altopiano tanto per intenderci) e potrebbe essere l’Afar (magari Semera dove c’è un aeroporto ed è a soli 200 km dal confine con l’Eritrea e a 250 dall’aeroporto di Asab in Eritrea, che quindi potrebbe anche essere raggiunto via terra), ma anche al rift a sud di Addis, forse anche non lontanao dalla base aerea di Debre Zeit ad una quanrantina di Km a sud di Addis. L’evoluzione del conflitto militare sembra ormai segnato. Le controffensive federali potranno solo ritardare un esito che oramai pare scontato, difficile sarà prevdere cosa succederà dopo. Gli incontri tar rappresntatnti di vertice Tigrini e rappresnetati degli eritrei antagonisti al governo dispotico di Isaias Afeworki potrebbero indicare che qualcosa potrebbe cambiare anche in Eritrea. Credo che sarà impossibile per i tigrini rientrare in una federazione con il resto dell’Etiopia e lo stesso potrebbe essere per gli Oromo che da anni si sentono emerginati ed esclusi di fatto dal potere politico a livello nazionale. Non mi stupirei di assistere ad una balcanizzazione dell’Etiopia

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