Il Segretario di Stato USA Antony Blinken ha definito il 22 novembre incoraggiante l’accordo politico raggiunto in Sudan all’interno del Consiglio Sovrano di Transizione, tra le componenti dell’apparato di sicurezza e quelle civili, che prevede il reinsediamento del primo ministro Abdalla Hamdok, dopo la sua deposizione in conseguenza del colpo di stato del 25 ottobre scorso.

Una decisione che, secondo Blinken, potrà favorire la ripresa del dialogo politico e condurre verso le elezioni previste per il prossimo anno, intorno alle quali ruotano le aspettative di buona parte della comunità internazionale per l’instaurazione di un sistema democratico e pluralista.

In conseguenza di questi sviluppi, gli Stati Uniti hanno annunciato la nomina di un proprio ambasciatore a Khartoum, John Godfrey, elevando in tal modo la propria rappresentanza diplomatica in Sudan dal livello di incaricato d’affari a vera e propria ambasciata.

L’entusiasmo degli Stati Uniti non sembra tuttavia essere condiviso da buona parte della popolazione, che il 25 novembre si è riversata nelle strade della capitale e di alcuni tra i principali centri abitati del paese per protestare contro il raggiungimento dell’accordo, ritenuto un tradimento tanto da parte delle autorità militari quanto di quelle civili del Consiglio Sovrano di Transizione.

L’esperienza del colpo di stato del 25 ottobre scorso, infatti, e delle violenze che ne sono conseguite, ha fortemente polarizzato la dimensione del dibattito politico sudanese, dove le principali forze di opposizione politica rifiutano qualsiasi compromesso con i militari, e in particolar modo chiedono lo scioglimento delle milizie delle Forze di Supporto Rapido del generale Dagalo e il loro assorbimento all’interno delle Forze Armate.

I manifestanti, inoltre, considerano il compromesso raggiunto dal primo ministro Abdalla Hamdok come un vero e proprio tradimento delle prerogative politiche alla base del processo di transizione, attraverso una scelta percepita come meramente connessa all’interesse personale del premier.

In tal modo, Hamdok viene oggi largamente percepito dalla società sudanese come un elemento dell’apparato di potere, non più distinguibile dal sistema di potere delle Forze Armate e screditato sotto il profilo politico.

A nulla sembrano essere valse, in tal senso, le rassicurazioni espresse dal primo ministro circa la volontà di mantenere un profilo di autonomia politica rispetto alle componenti dell’apparato di sicurezza, oltre alle garanzie circa la liberazione dei detenuti politici e il ripristino delle prerogative del sistema politico locale.

Si è quindi determinato nel paese un precario equilibrio politico e sociale, caratterizzato da una sempre più evidente spaccatura nel consenso verso le autorità del Consiglio Sovrano di Transizione, che è oggi in tal modo gravato da una pericolosa ipoteca d’immagine anche nelle sue componenti civili.

Parimenti complessa appare la situazione all’interno dell’apparato militare, dove gli equilibri tra le componenti dell’esercito regolare – rappresentate dal generale al-Burhan – e quelle delle milizie – incluse le Forze di Supporto Rapido guidate dal generale Dagalo – sono con tutta evidenza sempre più precari e in alcun modo avviati in direzione della transizione richiesta a gran voce dalle forze di opposizione politiche sudanesi.

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