Nella settimana in cui la pandemia è tornata a ricordarci che la situazione è ancora in precario equilibrio, con nuove ondate che si sono moltiplicate in vari paesi, molti stati hanno annunciato nuove restrizioni al fine di contrastare il diffondersi del SARS-CoV-2. Nel frattempo, molti paesi africani, tra cui il Kenya, hanno iniziato a sequenziare i casi infetti alla ricerca della nuova variante omicron.

Il 23 novembre il ministro della salute, Mutahi Kagwe, ha annunciato delle serie restrizioni per chi non si vaccinerà, a partire dal 22 dicembre, data entro la quale ha detto di voler arrivare a 30 milioni di vaccinati. Il vaccino sarà necessario per una grandissima quantità di servizi, la quasi totalità di quelli offerti dal governo e altri. Ristoranti, luoghi di culti, mezzi pubblici, voli, ma più importante, numerosi posti di lavoro, potrebbero non essere disponibili per molti dal 22 dicembre.

I provvedimenti annunciato hanno già creato molto malcontento. Che l’obbligo vaccinale sia causa di forti contrasti tra la popolazione civile e i vari legislatori ce lo hanno mostrato le numerose proteste avvenute nei paesi dove già misure analoghe sono state introdotte. Qui le motivazioni sembrano essere di diversa natura: alcuni sono contrariati partendo dalla constatazione che la situazione epidemiologica in Kenya non sia tale da richiedere misure così drastiche, che una misura analoga al “nord mondiale” non sia affatto necessaria; altri, a mio avviso in maniera più strutturata, se la prendono con un provvedimento che sembra veramente troppo ottimistico e nella pratica infattibile. Ad oggi non è stata raggiunta nemmeno la soglia del 10 percento di vaccinazioni e gestire una situazione di inadempienza dei cittadini sembra ad oggi un’impresa titanica.

In un contesto in cui milioni di lavoratori rischiano il posto di lavoro a meno di un mese, la partita potrebbe continuare nelle corti dei tribunali.

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