A seguito dell’annuncio del 20 dicembre da parte del TPLF, relativo al ritiro delle proprie unità militari a nord del confine del Tigrai, numerosi movimenti sono stati segnalati in tutte le aree dello stato regionale dell’Amhara precedentemente sottoposto al controllo delle unità del TDF.

Lo stesso giorno, nel corso del ripiegamento verso nord, le forze del TDF avrebbero fatto esplodere cariche di tritolo sul ponte che collega Haro e Dire Roka, distruggendolo con l’intento di rendere difficoltosa l’avanzata delle forze dell’ENDF verso il confine del Tigrai.

Le forze federali dell’ENDF non si sono tuttavia arrestate sulla linea di confine con il Tigrai e il giorno successivo hanno continuato ad avanzare lungo il corso dell’autostrada A2, conquistando le cittadine di Rare, Waja per poi schierarsi all’assedio dell’importante centro di Alamata, che sembrerebbe essere caduto sotto il controllo delle forze federali.

Il 22 dicembre le milizie Fano anno annunciato la riconquista di Sekota, importante crocevia stradale per il collegamento verso la regione centrale e meridionale del Tigrai, permettendo in tal modo alle forze dell’ENDF di risalire praticamente indisturbate verso nord, e raggiungendo i confini del Tigrai centrale in prossimità del distretto di Abergele, a ridosso dell’invaso del fiume Tekeze.

Dopo essersi assicurate il controllo di un’ampia fascia di terreno lungo l’area di confine meridionale e centrale, le forze dell’ENDF hanno arrestato la loro avanzata il 23 dicembre, contestualmente all’annuncio da parte del governo etiopico della volontà di assestare le posizioni delle proprie unità nelle località conquistate nel corso dei due giorni precedenti.

Fonti del Tigrai hanno riferito che tra il 20 e il 23 dicembre le forze aeree federali avrebbero condotto numerose sortite aeree con l’impiego di droni contro la capitale Macallè e altri centri abitati tigrini, colpendo un gran numero di obiettivi civili e militari. Sebbene manchino conferme in merito, alcune fonti sui social media hanno riferito di azioni aeree contro alcune infrastrutture aeroportuali nel Tigrai, con il probabile intento di colpire le infrastrutture della difesa area tigrina.

Lo stesso giorno le forze del Tigrai avrebbero lanciato una controffensiva lungo la strada che collega Kobo ad Alamata, per alleggerire la pressione su quest’ultima, sebbene non sia chiaro quale esito sia stato conseguito.

Il 24 e il 25 dicembre sono state segnalate sporadiche attività militari lungo il confine con lo stato regionale dell’Amhara e dell’Afar, ritenute delle possibili azioni tigrine volte a consolidare alcune località su cui costruire l’ultima linea di difesa contro le forze federali.

L’assenza di combattimenti rilevanti ha convinto molti della possibilità di un assestamento del fronte e della volontà delle parti di avviare un negoziato, sebbene a Macallè sembri essersi diffuso il concreto timore di un poderoso rafforzamento delle guarnigioni eritree a nord di Adigrat ed Axum, con il timore di una nuova offensiva.

Scenari per una tregua

Il 24 dicembre il governo federale dell’Etiopia ha diramato un comunicato con il quale ha confermato di aver ripreso il pieno controllo degli stati federali dell’Amhara e dell’Afar, e di aver ordinato alle proprie truppe di arrestarsi sulle posizioni conquistate, restando vigili in attesa di sviluppi.

Nello stesso comunicato, il portavoce del governo ha aggiunto che è stato ordinato alle truppe di “non avanzare oltre nel territorio del Tigrai”, mentre è stata respinta e contestata la versione del TPLF di un ritiro volontario all’interno dei propri confini, che il governo ha invece definito come una disfatta militare.

La volontà di stabilire una tregua temporanea nel conflitto appare quindi adesso confermata, sebbene numerosi siano gli scenari di possibile evoluzione.

Il Tigrai ha visibilmente esaurito la propria forza propulsiva militare, dovendo soccombere all’ultima offensiva lanciata dalle forze federali insieme a quelle degli stati regionali Amhara ed Afar. Una ampia parte del suo territorio, ad ovest del fiume Tekeze, resta sotto il controllo delle forze Amhara, mentre un’ampia fascia a ridosso del confine con l’Eritrea, a nord di Axum ed Adigrat, è saldamente nelle mani delle forze armate di Asmara. Un terzo del Tigrai, in sostanza, è occupato militarmente da forze ostili.

Le forze ribelli dell’Oromia alleate al Tigrai, quelle dell’OLA, sembrano aver ceduto militarmente su ognuno dei fronti, allentando in tal modo la pressione verso la capitale e disperdendosi disordinatamente sul territorio.

Il governo federale è riuscito a lanciare una controffensiva capace di mutare gli assetti del fronte, sfruttando soprattutto l’accresciuta capacità di fuoco offerta dai droni turchi e dagli armamenti ricevuti tanto da Ankara quanto da Abu Dhabi. La controffensiva si è tuttavia svolta nelle valli pianeggianti della regione del Wollo, dove più efficace è la capacità militare ed aerea delle forze federali, mentre ad Addis Abeba i vertici militari sembrano assai riluttanti nel volersi nuovamente avventurare nelle aree collinari e montuose del Tigrai, dove la guerra potrebbe prendere in breve tempo tutt’altro corso.

La mancata sconfitta del TPLF rappresenta senza dubbio un problema di grandi proporzioni per la credibilità di Abiy Ahmed, che sul conflitto ha puntato ogni sua carta sin dall’inizio, trovandosi adesso a gestire una posizione di vantaggio solo parziale. Una soluzione che non transiti per l’uscita di scena del TPLF potrebbe avere conseguenze nefaste per il futuro politico del primo ministro, ma la continuazione della guerra in Tigrai al tempo stesso non sembra un’opzione facilmente percorribile.

Non può essere ignorata poi la variabile dell’Eritrea, dove il presidente Isaias Afwerki si è impegnato al fianco del primo ministro Abiy Ahmed con il chiaro e solo scopo di eliminare fisicamente ogni traccia del TPLF, pagandone le conseguenze anche sul piano dell’isolamento internazionale e delle sanzioni. L’ipotesi di una sopravvivenza del TPLF e, probabilmente, quella di una sua scelta indipendentista, risulterebbe del tutto inaccettabile per l’Asmara, che potrebbe quindi decidere per un’azione autonoma contro il Tigrai a garanzia dei propri interessi.

Gli Stati Uniti e l’Europa, inoltre, stanno esercitando ogni loro capacità politica sulle Nazioni Unite per accelerare l’avvio di una commissione indipendente sui crimini di guerra, che Addis Abeba ha già rifiutato ma che potrebbe espandere ulteriormente il biasimo internazionale contro l’Etiopia, incrementandone l’isolamento e le difficoltà economiche.

I rapporti politici all’interno della federazione etiopica non sono poi ottimali, soprattutto in conseguenza degli alti costi del conflitto e delle opache prospettive per la ricostruzione. Il 25 dicembre il governo dello stato regionale dell’Amhara ha fatto trapelare la notizia di una imminente richiesta al governo federale per coprire i costi di ricostruzione delle aree del suo territorio colpite dal conflitto. Una precedente richiesta per il ripristino delle sole infrastrutture sanitarie è stata giudicata ormai superata dagli eventi, imponendosi un intervento governativo ben più incisivo ed esteso.

La crisi economica generata dal conflitto ha drenato una enorme quantità di denaro e le casse dello Stato, complice la crisi mondiale generata dalla pandemia, versano in condizioni disastrose.

Non v’è dubbio che una tregua rappresenti in questa particolare fase dell’evoluzione della crisi una condizione di vantaggio per ognuna delle parti coinvolte, offrendo l’opportunità di riorganizzare le proprie forze militari, rimpinguare le casse e offrire sollievo alla popolazione civile.

Al tempo stesso, tuttavia, una tregua rischia di cristallizzare interessi altamente rischiosi soprattutto per il governo federale di Addis Abeba e quello eritreo di Asmara, che, in assenza di una soluzione vittoriosa contro il TPLF, rischiano di dover rispondere di fallimento alle proprie gerarchie politiche e militari.

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