Il Presidente è votato in Somalia con un meccanismo congiunto tra Camera Alta e Camera Bassa, a maggioranza dei 329 parlamentari nominati. La data del 15 maggio ha un valore simbolico, collegato ai momenti dell’indipendenza. Essa ha anche un valore pratico, perché prossima al 17 maggio indicato da più parti nella comunità internazionale come termine ultimo prima della sospensione di importanti aiuti, a chiusura di un processo in ritardo ormai di oltre un anno sulla tabella inizialmente annunciata.

Di particolare importanza è l’assistenza triennale del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del valore di 400 milioni di dollari. Le Autorità somale hanno chiesto di prorogarla per tre mesi, dunque almeno al 17 agosto.

L’interesse e l’intenzione delle parti converge dunque verso una accelerazione, che chiuda anche il periodo di incertezza, instabilità e aumentata insicurezza di cui nessuno degli attori principali beneficia. A una settimana dal voto non c’è tuttavia un candidato unico: un tratto normale nel gioco politico, su cui si innestano gli sponsor stranieri. Può risultarne un effetto di freno, prima di individuare un profilo di consenso.

La rosa dei candidati conta circa 20 nomi, ma non è definitiva. È nota sin qui l’aspirazione a ritornare al vertice dello Stato degli ex Presidenti Sheikh Mohamud e Sheikh Sharif e quella dell’ex Premier Khaire. Potrebbe inoltre correre l’uscente Farmajo – la cui stella è in declino, ma che non ha formalizzato l’abbandono della politica e che cerca sostegno dal Qatar. Tra i candidati spicca inoltre il Presidente del Puntland Deni.

Un elemento discriminante è la gestione delle Forze di sicurezza. Se ne è voluta stemperare l’impronta “troppo” nazionale, ma si sono così favorite inclinazioni verso i singoli leader, che possono volerne profittare in questi frangenti. Il neoeletto Presidente della Camera Bassa Aden Madobe ne ha dunque avocato a sé il comando fino all’avvenuta elezione di un nuovo Presidente. Ciò ha suscitato le rimostranze dell’uscente Farmajo, che ha disposto fosse congelata sino al voto ogni nuova nomina e poter così comunque contare sui propri uomini in quelle strutture.

Nel Paese si sono succeduti nuovi eventi di sicurezza, il più grave dei quali è avvenuto in danno della base di Ceelbaraf (El Barf) di ATMIS (Missione di Transizione dell’Unione africana in Somalia) posta nel Medio Scebelli, a circa 150 km a nord di Mogadiscio tra Jowhar e Adale. All’esplosione di tre autobomba alle prime luci dell’alba è seguita l’irruzione di commando armati. L’azione è stata rivendicata dagli Al Shabaab e ha provocato diverse vittime tra i militari burundesi presenti.

I Comandi nazionali del Burundi hanno riferito in via ufficiale della morte di 10 soldati, 30 secondo altre dichiarazioni. In assenza di comunicati delle Autorità somale – di solito meno caute su questi eventi – si sono diffusi bilanci ben più cruenti del raid: i terroristi affermano di aver ucciso almeno 50 soldati e averne presi un numero imprecisato come prigionieri.

Altre dichiarazioni riprese da fonti terze pongono il bilancio di 173 vittime. Al di là delle fredde cifre si tratta sicuramente del maggiore attacco dell’ultimo quinquennio, dopo quelli contro le basi keniote di El-Adde (2016) e Kulbiyow (2017), con centinaia di vittime. Una azione di questa portata ha bisogno di accurata pianificazione seppure eseguito con tecniche di terrorismo consolidate, contro le quali non appare esservi difesa efficace specie per gli avamposti nell’interno.

Si tratta anche del primo attacco contro ATMIS da quando è ufficiale l’avvio di questa Missione in sostituzione della precedente AMISOM. La raccolta di informazioni presso la popolazione locale potrà evitare il ripetersi di simili eventi in futuro. Perché ciò sia possibile c’è tuttavia necessità di un rapporto di fiducia, ancora da strutturare pienamente.

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