In Etiopia sembra che il patto tripartito fra Abiy Ahmed, l’élite amhara e l’Eritrea di Isaias Afewerki sia in via di dissoluzione. Nelle ultime settimane le forze federali hanno prima arrestato più di 4000 amhara e poi ingaggiato scontri con le milizie Fano, mentre la scorsa settimana si sono registrati nuovi scontri fra le forze eritree e quelle tigrine. La situazione sembra stia sfuggendo di mano ad Abiy Ahmed e ad aggravare la situazione spuntano nuovi reportage di violenze a sfondo etnico.

Il 30 maggio, secondo fonti tigrine, anche se non vi sono state ancora conferme da terze parti, è stato riportato l’esito di uno scontro fra alcune divisioni dell’esercito eritreo e il TPLF nell’area di Adi Awalla in Tigrai. Secondo il TPLF la 57ma e la 21ma divisione dell’esercito eritreo il 24 maggio avrebbero effettuato un’offensiva nell’area, cercando di riaccendere il conflitto e minando la tregua umanitaria indefinita stabilita fra TPLF e forze federali, che ancora regge. Secondo il TPLF, un comandante di brigata e tre comandanti di battaglione oltre a 300 soldati semplici sarebbero stati uccisi e/o feriti dalle truppe tigrine, mentre la controffensiva avrebbe fermato l’avanzata eritrea. Questo ha portato, sempre secondo il TPLF, a due giorni di bombardamenti sulla città di Shiraro il 28 e il 29 maggio (https://www.ethiopiaobserver.com/2022/05/30/tplf-says-its-fighters-clash-with-the-eritrean-army/).

La situazione, dopo gli scontri fra le forze amhara e quelle del governo federale nelle ultime settimane, potrebbe significare che l’alleanza sulla quale si è poggiato finora il conflitto in Tigrai si è definitivamente sgretolata e che i tre attori stiano oramai agendo individualmente, il che sicuramente non migliora la posizione del premier Abiy Ahmed in un momento in cui sembra che anche le trattative segrete fra Addis Abeba e Macallè siano ad un punto morto.

Se la notizia dell’attacco eritreo non è un buon segnale per Addis Abeba, le cattive notizie non sono finite. Un reportage del 3 giugno di Foreign Affairs (https://www.foreignaffairs.com/articles/ethiopia/2022-06-02/ethiopias-invisible-ethnic-cleansing) che riassume la situazione in Tigrai sin dall’inizio del conflitto nel novembre 2020 reitera le accuse, già mosse da alcune ONG, contro il governo federale.

I due autori dell’articolo enumerano le varie atrocità commesse durante il conflitto contro i tigrini e in special modo dalle forze amhara nell’Ovest del Tigrai, come le esecuzioni sommarie, gli arresti indiscriminati e l’uso della violenza sessuale come arma di guerra. Allo stesso tempo fanno emergere ulteriori atrocità commesse nell’Ovest del Tigrai. Ad Humera, in particolare, le milizie amhara e le truppe federali tengono imprigionate centinaia di persone, e forse più, in condizioni degradanti secondo alcuni testimoni: i prigionieri vengono affamati fino alla morte e spesso lasciati nella stessa cella dopo il decesso per giorni e giorni mentre gli altri detenuti sono poi usati come manovalanza per smaltire i corpi dei deceduti quando il personale di sicurezza lo ritiene necessario. Questi, e gli altri supposti crimini portati all’attenzione della comunità internazionale, sono reati che potrebbero ammontare all’accusa di sterminio, ovvero un crimine contro l’umanità come definito dallo Statuto di Roma.

L’articolo è sostanzialmente parte della campagna di advocacy portata avanti dalle due ONG responsabili due vari report sui crimini commessi durante il conflitto e difatti gli autori sono il Segretario Generale di Amnesty International e il Direttore Esecutivo di Human Rights Watch, ma ad ogni modo evidenziano una situazione che la comunità internazionale, in particolare ONU e AU, non può più ignorare.

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